Viva l'Italia

La presenza di Barroso accende per un giorno i riflettori dei media europei sull’ecatombe che si è compiuta a Lampedusa.

Solo per poco: presto le luci si spegneranno e il buio calerà di nuovo sull’isola. Il rischio è che con il passare del tempo la morte di circa 300 persone, quasi tutte di nazionalità eritrea, venga dimenticata: prima dai media, poi dalla società civile.

Dopo aver letto centinaia di pagine e visto non so quanti servizi televisivi, parlo con una persona che l’Eritrea l’ha vissuta e ne conosce l’anima.

Marco Cavallarin, nei primi anni Novanta, è stato il mio professore al liceo italiano di Parigi. Prima ancora era in quello di New York. Tra il 1999 e il 2000, ha insegnato lettere nella scuola italiana di Asmara che, insieme a quella di Addis Abeba, è la più grande e popolosa scuola italiana all’estero, anche se gli studenti sono per la quasi totalità dei ragazzi eritrei. “Un’oasi di educazione civile”, è così che la ricorda. Negli ultimi anni il sistema scolastico eritreo è in crisi, perché spesso gli insegnanti vengono imprigionati o viene loro impedito di andare a lavoro.

Oggi Marco è scrittore e documentarista e proprio in questo periodo sta girando un film sulla storia dell’Eritrea con il materiale video raccolto negli anni passati. Non ci torna dal 2004 perché, a causa della sua posizione di oppositore nei confronti del governo, non gli è più stato rilasciato il visto.

“Quella che si consumata è soltanto l’ennesima tragedia – afferma Marco – Dal 1998 sono circa 20 mila le vittime che hanno cercato di raggiungere le coste italiane. Donne e bambini rappresentano circa la metà di quel convoglio. Solo quattro donne in tutto sono sopravvissute. In altre parole: un’ecatombe di genere.
E’ tremendo che dei sopravvissuti che cercano rifugio da una dittatura sanguinaria che li riduce alla fame, si ritrovino ora a essere accusati nel nostro Paese del reato d’immigrazione clandestina illegale. Queste sono le conseguenze deleterie della legge Bossi-Fini”.

Continua Cavallarin: “La mancata accoglienza di questa gente e la persecuzione sono fuori da ogni considerazione di umanità. E’ necessario creare un corridoio umanitario europeo, ma l’Italia cominci a fare il suo dovere, aprendo dei percorsi per l’asilo politico”.

Marco è in contatto con la comunità eritrea di Milano, la città in cui vive da quando è tornato definitivamente in Italia. La comunità eritrea dei dissidenti è attiva. Alcuni, a Lampedusa, stanno contribuendo al riconoscimento delle vittime e all’interpretariato, danno una mano alla gente comune di Lampedusa.

“In tutta Italia c’è un mobilitarsi di iniziative, di messe, di incontri. Gli eritrei filo-governativi, invece, sono del tutto assenti, non hanno preso una posizione ufficiale, anche se sappiamo che, incognito, qualcuno si è presentato a Lampedusa a reperire informazioni per il governo. La situazione in quel Paese continua a peggiorare dal punto di vista delle persecuzioni, tanto che Amnesty International pone l’Eritrea agli ultimi posti in quanto a rispetto dei diritti umani”.

Cosa può fare l’Unione europea? “E’ bene che l’Europa prenda a cuore il problema dell’Eritrea, indipendentemente dalla richiesta dell’asilo politico, per dare una possibilità di vita a questa gente. L’apertura di un corridoio umanitario è il minimo che si possa concedere, ma l’apertura delle frontiere sarebbe la cosa migliore”.

Prosegue Marco: “Ci farebbe bene ripercorrere con la memoria la recente esperienza dell’emigrazione italiana: dal 1800 circa 20 milioni di italiani sono emigrati in tutto il mondo. Abbiamo conosciuto in prima persona il dramma della mancanza di lavoro, così come altri paesi, come la Spagna. Ciò dovrebbe bastare per farci capire il valore umanitario dell’accoglienza. Questa gente ha contribuito alla crescita del Pil italiano, sono loro spesso a raccogliere i pomodori, a fare la vendemmia o a fare i lavori umili che gli Italiani non vogliono più fare”.

Oggi Marco sostiene il Coordinamento per un’Eritrea democratica, un movimento che ha cuore le sorti di questo popolo e che cerca di promuovere la transizione verso la democrazia di questo paese. Stiamo cercando di entrare in contatto con la stampa, con gli organi politici e amministrativi italiani ed europei. Insistiamo sul rientro delle salme in Eritrea: crediamo che il governo italiano debba agire con la forza nei confronti del governo eritreo, affinchè li riconosca come suoi defunti e riaccolga le salme”.

Nei prossimi giorni Marco incontrerà a Roma alcuni parlamentari per sensibilizzarli su questo tema.

Il suo pensiero, infine, va al sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini. “Una donna eccellente che, nonostante la disperazione e il dolore che hanno caratterizzato l’inizio del suo mandato, si sta adoperando con umanità e in modo concreto. Ha tutta la nostra comprensione”.

La stessa Nicolini che, all’indomani della strage, scriveva al premier Gianni Letta: “Venga a contare i morti con me”.

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