Catalunya: ara és l’hora?

Posted by aleflo on 14/01/14
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by Alessandra Flora, Rome, Italy

L’indipendenza della Catalunya non ci sarà. Lo ha ribadito alla Casa Bianca il premier spagnolo Mariano Rajoy nel corso del suo ultimo incontro con il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Difficilmente, però, le dichiarazioni di Rajoy porranno fine a una questione che resta sostanzialmente aperta, alla luce di una spinta secessionistica sempre più sentita dal popolo catalano.

Ingenuamente si potrebbe pensare che siano i più anziani a rivendicare l’autonomia. La voglia di staccarsi dal resto della Spagna, invece, è riscontrabile soprattutto tra le nuove generazioni, ad esempio tra i ventenni che fanno volantinaggio e che promuovono il diritto ad organizzare un referendum nei gazebo disseminati nei punti chiave di Barcellona.
Basta alzare lo sguardo verso le finestre e i balconi delle case per scorgere sempre più spesso la bandiera indipendentista.

Per un italiano non è semplice comprendere fino in fondo la causa del popolo catalano. Qualcuno potrebbe paragonarla alle istanze della Lega Nord, ma l’accostamento appare forzato.
E’ molto più facile che un milanese o un torinese si senta “italiano”, prima o piuttosto che “padano”.
Più convincente la similitudine con la Sardegna dove, peraltro, nei pressi di Alghero, qualcuno parla ancora il catalano, a causa della dominazione spagnola.
In Catalunya tutti conoscono perfettamente lo spagnolo, ma in casa, tra amici, alla TV e sul lavoro si parla solo catalano.
Un distinguo che non riguarda solo l’idioma, ma anche la cultura, la storia, la letteratura e la musica. Non a caso la recente scomparsa del grande scrittore catalano Josep Maria Castellet è stata vissuta con un vero e proprio lutto popolare.

Il presidente della Catalunya, Artur Mas, ha da poco ribadito l’intenzione di indire quest’anno un referendum sull’indipendenza della regione. “Indirò un referendum in conformità alle leggi vigenti”. Un annuncio al quale il premier spagnolo Mariano Rajoy aveva reagito assicurando che quel voto, che il governo spagnolo considera incostituzionale, non avrà mai luogo.

Il movimento per l’indipendenza della Catalunya, che finora si è sempre contraddistinto per la sua forma pacifica (al contrario di quanto è accaduto nei paesi baschi) resta una delle “gatte da pelare” del governo di Madrid. Forze centripete che si riaffermano in un momento di crisi economica non ancora conclusa e di massima disoccupazione. A questo si aggiungono gli scandali che stanno offuscano l’immagine della famiglia reale, in particolare l’Infanta Cristina, e la controversa legge che potrebbe limitare il diritto all’aborto, su cui si sta aprendo un acceso dibattito.

L’eventuale “divorzio” dalla Spagna porrebbe inevitabilmente un’altra questione. Se ciò avvenisse, la Catalunya dovrebbe inevitabilmente uscire dall’Unione europea, pur mantenendo l’euro. L’obiettivo dei catalani, però, sarebbe quello di rientrarvi il prima possibile come stato membro.

Chiamato in causa proprio da Artur Mas, il presidente della Commissione Barroso ha risposto che la questione è un affare interno alla Spagna e che Bruxelles non può esprimersi in nessun modo sul dibattito nazionale.

Il problema è comune a tutte le forze localistiche e indipendentiste all’interno dell’Ue. Per citare solo alcuni esempi di situazioni irrisolte, pensiamo al Belgio, diviso tra valloni, fiamminghi e tedeschi alla Scozia o ai paesi Baschi.
A gennaio, in Italia, si è svolto un referendum autogestito – dunque senza alcun valore legale – a favore dell’autodeterminazione dell’Alto Adige. Nessuna conseguenza, per il momento, anche per via della bassa partecipazione, pari a circa 60 mila persone che in maggioranza, però, avrebbero votato per l’indipendenza.

E’ difficile giudicare l’istanza di un popolo che invoca a gran voce il suo diritto all’autodeterminazione, prima di tutto economica e fiscale. Rebus sic stantibus è più facile pensare all’Unione europea come a una “federazione leggera” che non agli “Stati Uniti d’Europa“. Un cittadino americano si sente prima di tutto orgoglioso di essere americano, prima ancora di rivendicare le sue origini irlandesi, italiane, ispaniche o africane. Solo in seconda battuta ammetterà di provenire da Seattle, piuttosto che da New York o da Orlando.

Il paradosso è che è più facile che la “catalanità” possa coesistere con l’appartenenza all’Unione europea, che non allo stato spagnolo. Per capirlo fino in fondo, bisognerebbe ripercorrere mille anni e fermarsi un attimo al 1714, data dell’assedio di Barcellona. Ma questa è un’altra storia.

One Response to Catalunya: ara és l’hora? »»

  1. Comment by Jean-Luc Laffineur | 2014/01/15 at 18:38:45

    Buongiorno,
    Grazie per il Suo ottimo articolo.
    Lei ha evidenziato la ragione principale delle velleità di indipendenza della Catalunya : la lingua e la cultura. Per questo penso, in quanto cittadino italo-francese, che la situazione delI’Italia non sia – fortunatamente – paragonabile.
    Cio’ mi fa pensare che la lingua è secondo me l’ostacolo maggiore all”integrazione culturale e politica dell’Unione europea. Il monolinguismo inglese non funzionerà perché I cittadini dei grandi Stati membri non accetteranno di essere amministrati da persone che decidono del loro futuro in una lingua che non é la loro. Finora ha funzonato perché l’UE è rimasta lontana dai cittadini. Ma ormai deve avvicinarsene e gli esponenti dovranno rivolgersi (in tv, online, in convegni) direttamente ai cittadini. Dobbiamo velocemente trovare una soluzione equilibrata in cui le lingue di lavoro nelle istituzioni siano veramente 3 (con il tedesco e il francese, le altre due lingue di lavoro dell’UE che in realtà non sono quasi mai utilizzate) oppure 5 o 6 (con Spagnolo, italiano e polacco).


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