Viva l'Italia

E’ la burocrazia che ha fatto “scappare” all’estero Spreaker, la start up italiana nota per aver creato l’omonima App online e mobile, che permette di creare la propria radio da casa e di caricare e trasmettere qualunque tipo di contenuto audio. Sono tre milioni gli utenti registrati in tutto il mondo. La società dovrebbe uscire dalla fase di start up entro la fine di quest’anno.

La sede legale e un desk pubblicitario sono a San Francisco, mentre il team guidato dal CEO Francesco Baschieri è a Berlino, dove da un anno e mezzo Spreaker ha aperto il suo quartier generale, con un organico in parte italiano, in parte internazionale. A Bologna, infine, c’è il resto dell’équipe, compresa Tonia Maffeo, country manager per l’Italia, che opera presso il Working Capital di Telecom.

La community di Spreaker è molto vasta e ha profili diversi: dal commentatore sportivo allo speaker radiofonico, dallo studente che ha voglia di creare la sua radio da casa al giornalista che racconta episodi di cronaca dal basso.

Tonia Maffeo mi spiega che l’idea è nata nel 2010 dalla voglia di offrire un servizio che potesse dare a chiunque la possibilità di trasmettere in diretta al mondo intero contenuti audio nati dal basso. Il web 2.0 stava cambiando il modo di comunicare dei mass media in generale e la radio non poteva essere da meno. “Spreaker si è da subito indirizzata a chi aveva voglia di fare radio in libertà, proponendo contenuti che non fossero per forza mainstream”.

“Quando abbiamo lanciato i nostri servizi a pagamento in Italia c’era ancora una burocrazia macchinosa. Di fatto offrire un servizio tipo il nostro a pagamento non era possibile – Spreaker ha una versione gratuita, ma offre anche dei pacchetti professionali che ti permettono di avere delle funzioni Pro – mentre negli Stati Uniti non solo lo era già da tempo, ma c’era anche un buon riscontro in termini di fiducia da parte dei consumer e di approccio positivo rispetto ai servizi web a pagamento. Ci è sembrato quindi logico puntare subito al mercato americano, non solo in termini di obiettivi di marketing, ma anche per le questioni legate all’amministrazione aziendale”.

A parte il capitale umano, tutto italiano, ci sono altri punti di contatto con il nostro paese?

“Il nostro team non è completamente italiano: abbiamo una community manager americana e una web designer della Lituania. Attualmente l’Italia è al secondo posto della nostra classifica demografica, per questo continua ad essere un paese sul quale puntiamo molto”.

Vi siete avvalsi dei finanziamenti per start up stanziati dagli ultimi governi?

“Abbiamo ricevuto finanziamenti da IAG, Italian Angels for Growth e Zernikemeta Ventures, nessun finanziamento che fosse direttamente proporzionale con le attività di governo”.

Quali sono i principali problemi che una giovane start up come la vostra deve affrontare in Italia?

“I problemi che una start up deve affrontare in Italia sono quelli riscontrabili in altri paesi: bisogna scalare rapidamente, cercare un team valido che sia disposto a lavorare a ritmi molto pressanti e poi, ovviamente, gestire tutta la parte amministrativa che un’azienda, seppur appena nata, deve gestire. Poi c’è la ricerca degli investimenti, ma anche in questo caso non mi sento di voler sminuire o svalutare il nostro paese, anzi: in Italia, per certi aspetti, c’è meno concorrenza e bisogna sgomitare di meno”.

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